Con cyberbullismo si definiscono diversi comportamenti persecutori, portati a compimento mediante internet.

Ricordiamo alcuni casi di cyberbullismo, per far capire la gravità del fenomeno, a livello mondiale: esistono casi di persone che si sono visti completamente rovinare la propria reputazione, fino ad arrivare a soffrire di depressione e, nei casi più gravi, a ricorrere al suicidio.

Questo articolo quindi vuole commemorare le vittime di un fenomeno dilagante, non solo tra giovani e giovanissimi, ed al tempo stesso essere di monito, per chiunque, affinchè tali drammatici eventi non si verifichino più, in futuro.

Amanda Todd ed i video

 

Era una ragazza di 15 anni che è stata vittima di cyberbullismo. Si è tolta la vita nell’ottobre del 2012, dopo un lungo periodo di abuso di alcol e droga, ed un primo tentativo di suicidio ingerendo candeggina.

Amanda frequentava delle videochat, nel periodo delle scuole medie e, durante una conversazione online con un estraneo, gli inviò una fotografia del suo seno nudo: questo gesto le costerà caro, negli anni a venire.

Seguirono infatti poi ricatti continui, da parte dell’estraneo, che minacciava di mostrare la fotografia ai suoi suoi amici. Purtroppo, ben presto questa minaccia venne messa in pratica, ed Amanda scoprì che le sue fotografie di nudo circolavano liberamente in rete. Amanda subì così un trauma, che la condusse rapidamente a soffrire d’ansia, depressione, attacchi di panico, autolesionismo, finanche a cadere nel consumo di alcol e droga. I suoi genitori decisero così di trasferirsi in un’altra città.

Per quanto provasse a sfuggire al suo aguzzino, che continuava a ricattarla, arrivando perfino a creare un profilo falso sui social network, dove pubblicava a nome suo le immagini del suo seno.

In tal modo, anche i suoi nuovi compagni di scuola alle superiori, vennero a conoscenza dell’accaduto.

Purtroppo, anche trasferendosi ancora, l’incubo sembra non avere mai fine. Amanda Todd ebbe un rapporto sessuale con un ragazzo che conosceva e di cui si fidava, anche se era già fidanzato, ma subì dopo pochi giorni un’aggressione, fuori da scuola, da parte sua e di alcuni suoi amici.

Amanda Tornò a casa, e tentò il suicidio ingerendo della candeggina, ma venne fermata e si salvò.

Nei mesi successivi ricevette commenti offensivi su Facebook, riguardo il suo tentato suicidio. Questa situazione di cyberbullismo continuativo e prolungato, nel tempo, la portò all’abuso di droga, con conseguente morte di overdose.

Prima di morire, pubblicò un video su Youtube, che ebbe oltre 11 milioni di visualizzazioni: il suo fu quindi uno dei primi casi del genere, a suscitare scalpore e a salire alla ribalta delle cronache, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

 

Il primo caso italiano: Carolina Picchio

 

Ragazza di 14 anni, di Novara, era una studentessa, una ragazza come tante. Studiosa, solare, senza particolari problemi. Nel dicembre del 2012 partecipò ad una festa, insieme ad altre amiche della sua età, però si ubriaca e si sente male. Mentre si trova nei servizi igienici, dei suoi coetanei la aggrediscono, molestano, e filmano la scena. Ma non basta: il filmato, come anche delle fotografie intime di lei, vengono pubblicate su Facebook, e raggiungono un numero molto alto di visualizzazioni.

Vanuta a conoscenza di ciò, Carolina prima scrive un biglietto di addio, poi si suicida, gettandosi dalla finestra del 3° piano della sua abitazione. Purtroppo a nulla serviranno i soccorsi,  e perderà defintivamente la vita, nel 2013, a soli 14 anni.

A Carolina è dedicata la legge contro il cyberbullismo, per non dimenticare la sofferenza di chi, tramite internet ed i social network, ha subito un’umiliazione così grande, da non riuscire a farcela, togliendosi la vita.

Una delle sue ultime frasi “le parole fanno più male delle botte” è stata sia ripresa in un discorso di Papa Francesco, parlando dell’orrendo fenomeno del cyberbullismo, sia da Fondazione Carolina, una fondazione che ha preso il suo nome e che, ancora oggi, sostiene le vittime del cyberbullismo, e svolge attività di contrasto e prevenzione contro ogni forma di violenza in rete.

 

Un caso di un giovane ragazzo: Andrea Natali

 

Nel 2015 a Vercelli perse la vita un giovane di 27 anni, Andrea Natali. Andrea ebbe una forte depressione, che lo portò a chiudersi in casa, per oltre un anno, senza uscire, a causa di un brutto scherzo subito da dei colleghi di lavoro: questi ultimi avevano pubblicato su Facebook delle fotografie che lo ritraevano all’interno di un bidone della spazzatura, con un sacchetto dell’immondizia sulla testa, oltre a di video in cui veniva ridicolizzato.

Andrea, vedendosi così messo alla berlina, umiliato e deriso pubblicamente, in rete, provò a reagire, richiedendo l’intervento della polizia postale, che riuscì a far rimuovere i video e le immagini, pubblicate su un profilo su Facebook, creato da un suo ex collega di lavoro.

Purtroppo, la crisi depressiva è andata aggravandosi: non riusciva più a farsi vedere in pubblico, ad uscire di casa, ed alla fine si uccise, impiccandosi.

 

Andrea Spezzacatena ed i pantaloni rosa

 

Andrea era un ragazzo che, un giorno, indossò dei pantaloni rosa, per andare a scuola. Il colore dei pantaloni era dovuto ad un bucato riuscito male, ma lui, anziché lamentarsi con sua madre dell’errore, trovò divertente indossare dei pantaloni di quel colore.

Purtroppo venne deriso dai compagni, perché ritenuto gay, nei corso dei mesi successivi. Venne addirittura creato un profilo su Facebook dal nome “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. Non reggendo più ai continui insulti, a scuola, ed in rete, nel novembre 2012 Andrea si tolse la vita, impiccandosi con una sciarpa.

Dopo la sua morte, l’istituto Cavour di Roma da lui frequentato, negò il fatto che Andrea avesse subito atti di bullismo, ed arrivarono addirittura a sostenere che lui stesso avesse creato il profilo su Facebook del ragazzo dai pantaloni rosa.

Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, ed Anna Paola Concia, deputata dl PD, aprirono delle indagini, per capire cosa fosse successo.

Purtroppo è emerso che Andrea è stato effettivamente additato pubblicamente come gay, e schernito per questo. Sono state ritrovate infatti delle scritte offensive sia su un banco della classe da lui frequantata, che una scritta su un muro esterno della scuola “Non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio”, elementi che hanno subito fatto capire come Andrea sia stato al centro di una campagna diffamatoria e denigratoria, in quanto ritenuto omossessuale (senza esserlo, fra l’altro).

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